Interviste

TUTTI A TAVOLA: perché il pasto in famiglia è importante. – Parte I

28/03/2019

8 domande per crescere insieme

Oggi intervistiamo la Dott.ssa Lara Comerlati

L’intervista.

1.Il primo contatto dei bambini con il cibo avviene durante lo svezzamento. Quanto è importante in questa fase lasciarli manipolare e “giocare” con il cibo liberamente?

Lo svezzamento è un momento evolutivo di cambiamento situato lungo un continuum delle fasi precedenti ed è un fondamentale passaggio ai successivi momenti di autonomia del bambino.

Rappresenta anche una importante evoluzione nel rapporto con tutti e due i genitori e nella costruzione della fiducia in sé del bambino, grazie alla conquista di nuove abilità. Lasciare che il bambino manipoli il cibo, se lo porti alla bocca con le mani o con l’uso del cucchiaino, pasticci e si sporchi sono comportamenti esplorativi da sostenere da parte dei genitori con atteggiamenti verbali e non verbali, capaci di trasmettere serenità e sicurezza.

Giocare con il cibo e odorarlo, in questa fase, è molto più importante che mangiarlo e se verrà lasciato libero sarà un’esperienza positiva che influenzerà il rapporto stesso con il cibo e questo si ripeterà finché inizierà a farlo con più coscienza e assaggiando con più gusto quanto proposto.

Il tutto chiaramente alla presenza dei genitori che, con sguardo complice e non mostrando apprensione, lo sostengono nella scoperta e nella curiosità e lo imbocchino con calma. Durante il pasto è bene che il bimbo non giochi con altro che non sia il cibo in modo da focalizzare la sua attenzione su quello che sta facendo.

2.Quando arrivano i primi no al cibo? Quando è il caso di preoccuparsi e quando invece è una fase di crescita transitoria?

Possono accadere situazioni in cui il bambino non mangia per nulla o assaggia poco per poi vomitare o serrare la bocca: questo comportamento è normale nella fase di svezzamento. Il bambino alimentato con latte materno si sente disorientato quando la madre inserisce nel suo regime alimentare le classiche pappette per neonati. Diverso invece il caso dello stesso comportamento ovvero di rifiuto in un bambino più grande. Dopo lo svezzamento infatti le cause possono essere le più svariate.

Ci può essere un qualche cambiamento nell’ambiente come l’arrivo di un fratellino oppure un evento stressante famigliare (cambio orari, trasloco…); ci può essere il desiderio di avere l’attenzione dei genitori o di mostrare di avere un certo controllo su qualcosa; ci può essere che nelle ore precedenti abbia pasticciato con vari spuntini o che così facendo sa di ottenere un alimento che gli piace di più oppure ci possono essere difficoltà nella masticazione e deglutizione, segni precoci di un disturbo oppositivo-provocatorio e la neofobia ovvero la paura di approcciarsi a cibi “nuovi”. In questi ultimi casi può essere necessario rivolgersi ad uno specialista ma nella maggior parte tali problematiche sono transitorie.

Importante nella risoluzione di queste difficoltà è l’atteggiamento dei genitori che non vada nella direzione di forzare il bambino ad alimentarsi cosa che comporta un duplice rischio: sottoporre il bambino ad uno stress alimentare che il suo organismo non richiede e correre il rischio di allontanarlo ancora di più dal cibo.

3.Come ricreare a tavola un clima sereno che aiuti anche i bambini più restii a mangiare?

Il clima emotivo che si crea durante le ore dei pasti è fondamentale ed è creato sia dallo stato d’animo dei genitori sia dagli stimoli presenti nella stanza dove si consuma il pasto. Per rendere questo un momento di riunione familiare, si potrebbe spegnere la televisione, che spesso rappresenta un elemento di disturbo ed evitare di discutere rimandando ad un momento successivo.

L’amore per il cibo non passa solo attraverso il gusto quindi può essere utile per interessare il bambino insegnare ad apprezzare l’odore del cibo e le sensazioni tattili e visive che ne derivano e a condividerlo anche con il resto della famiglia; facendo questo si può riuscire a coinvolgere tutta la famiglia e a renderlo un momento piacevole.

Come ho scritto sopra lo stato d’animo dei genitori è sicuramente importante per cui come prima cosa i i genitori possono cercare di arrivare a tavola il meno tesi possibile magari inserendo prima del desinare un momento di meditazione o ringraziamento anche per una soddisfazione o un momento di gioia accaduto durante la giornata. Può capitare che durante il pasto dato l’eventuale rifiuto del cibo da parte di un figlio o la non soddisfazione di questo possa alterare lo stato d’animo dei genitori  portandoli a vivere un momento di frustrazione o di malessere; in questo caso importante è non farsi dominare dall’emozione e non darla in pasto ai propri bambini evitando così che possano innescarsi giochi di potere o ricatti emotivi da ambo le parti.

4.“No questo non mi piace!” quante volte i genitori se lo sono sentiti dire. Quanto è giusto insistere e riproporre cibi che, almeno in apparenza, non piacciono?

Alcuni recenti studi evidenziano che la maggioranza delle famiglie riescono a consumare il pasto tutti insieme solo nel momento della cena e nei fine settimana; è chiaro quindi che verso la cena ad esempio si hanno molte aspettative e che si concentrino anche i maggiori sforzi dei genitori volti alla riuscita di un momento piacevole e di aggregazione famigliare.

Dare però un’enfasi eccessiva al pasto può portare i genitori talvolta a tiranneggiare i bambini drammatizzando i loro rifiuti, imponendogli l’assunzione di alimenti non graditi, costringendoli a pasti interminabili oppure al contrario può portare i bambini a tiranneggiare gli adulti catturando tutta la loro attenzione e sollecitudine, facendosi preparare cibi diversi come conseguenza di ogni rifiuto, costringendoli ad inventare giochi, filastrocche e mille peripezie per farli mangiare.

Certo una strategia che esca da queste dinamiche non funzionali e che spinga i bambini a fare la scelta alimentare più salutare, è la presenza sulla tavola di diverse proposte alimentari (soprattutto verdure) e vedere che i propri genitori li stanno mangiando con naturalezza. Da tenere a mente è che condividere con loro il tempo e l’attenzione è tanto importante quanto condividere il cibo.

Ci sono casi nei quali è consigliabile approfondire con uno specialista se questi ripetuti “no” appartengano ad un comportamento di selettività alimentare; faccio riferimento ad esempio a casi in cui alternano un comportamento alimentare comunemente giudicato normale con periodi di forte inappetenza oppure, pur continuando ad alimentarsi in maniera regolare a casa, non toccano per niente il cibo a scuola oppure, ancora bambini che rifiutano in maniera categorica di mangiare certe pietanze o sono molto rigidi nelle loro scelte alimentari mangiando solo cibi bianchi oppure solo cibi morbidi. La forte selettività dei cibi non necessariamente riguarda situazioni patologiche: infatti in genere non si accompagna ad altre manifestazioni di malessere del bambino (sono assenti disturbi del sonno, del gioco, delle condotte evacuatorie e anche l’ambiente familiare non presenta particolari problematiche) tuttavia attestano un malessere del mondo interiore del bambino e del quale è importante prendersene cura.

Per la seconda parte dell’intervista clicca qui.


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